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Sito ufficiale del Senatore Follini
BISAGLIA, IL BARRY LINDON DI UNA DC APERTA AL NUOVO

Un giorno Toni Bisaglia, sottosegretario a Palazzo Chigi, andò a casa del suo presidente del consiglio, Rumor, e lo trovò immerso in una marea di ritagli di giornale che ne raccontavano anche le più piccole gesta. Ne ebbe un'impressione di grande fragilità, e quel giorno disse a se stesso che era arrivato il momento di scalzare il suo mentore dalla leadership dei democristiani veneti. Detto, fatto. Lo sfidò, e lo disarcionò. Questo per dire che l'uomo poteva essere spregiudicato, rampante, perfino irriconoscente. Non a caso per anni e anni gli rimase appiccicata addosso quell'etichetta di "boss di provincia" con cui l'avvocato Agnelli lo aveva inchiodato a una caricatura niente affatto simpatica e generosa. Aveva durezze singolari, Bisaglia. Come può capitare a un figlio di un ferroviere di una piccola città di provincia, che impara a farsi largo con maniere non sempre felpate. Ma era anche un uomo pieno di curiosità, ansioso di far bene, rispettoso del prossimo, leale verso i suoi avversari, generoso verso i suoi amici, discreto e quasi pudico verso i suoi sentimenti. Soprattutto, era quello che un politico dovrebbe sempre essere: un rappresentante. Il leader di una regione, il Veneto, che approdava a una modernità non facile e non scontata. E il campione di una parte della Dc, quella moderata, che si era proposto di svecchiare e di portare verso quelli che all'epoca erano i lidi del cambiamento. Del resto, questa è la democrazia. La cura di un territorio e il monitoraggio costante, quotidiano degli interessi e dei valori che al suo interno prendono forma e si organizzano. Compito che Bisaglia svolgeva con una professionalità scrupolosa, di cui negli anni si è un po' persa la traccia. Fu il primo uomo politico nazionale a confrontarsi (lo ricorda spesso Ilvo Diamanti) con l'insorgenza del leghismo veneto. E scrutò quella inedita comparsa di una protesta così sorprendente, spuntata d'un tratto tra i capannoni e i campanili, con la pazienza di un entomologo. Osservando, interrogando, cercando di andare alla radice di un disagio che capiva non si sarebbe fermato ai confini della sua regione.

 

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BISAGLIA, IL BARRY LINDON DI UNA DC APERTA AL NUOVO

 
MANIFESTO RENZI NEL PAESE DEMOCRISTIANO

Dopo una cam­pa­gna elet­to­rale con­dotta a dispu­tarsi Enrico Ber­lin­guer, per ana­liz­zare i risul­tati biso­gna resu­sci­tare Amin­tore Fan­fani. Cer­chiamo allora Marco Fol­lini, ex gio­vane demo­cri­stiano (moro­teo), cen­tri­sta negli anni dell’alleanza con Ber­lu­sconi e infine, dopo un rapido pas­sag­gio nel Pd, osser­va­tore esterno e autore di diversi saggi sulla poli­tica (soprat­tutto della Dc). Ha l’esperienza e il lin­guag­gio giu­sti per deci­frare il para­gone ricor­rente tra il Pd del moder­nis­simo rot­ta­ma­tore e la Balena Bianca degli anni ’50. «Par­lando con il mani­fe­sto - risponde subito Fol­lini — mi viene da dire che mori­rete demo­cri­stiani. Lo dico scher­zando, ma intendo che quel mezzo secolo di sto­ria non si can­cella tanto facil­mente, per­ché non fu il risul­tato di cir­co­stanze par­ti­co­lari né di una impo­si­zione, ma del modo in cui tanti ita­liani vive­vano la democrazia».

Un momento, que­sto revi­val demo­cri­stiano si fonda su una per­cen­tuale — il 40,81% — che il Pd ha rag­giunto gra­zie a un’astensione altis­sima e in ele­zioni euro­pee. Non si starà esagerando?

È sem­pre pru­dente non trarre con­clu­sioni affret­tate, ma credo che il rife­ri­mento regga: siamo desti­nati a ripe­terci. Non so quanto Renzi sia demo­cri­stiano, né quanto si senta demo­cri­stiano o se gli fac­cia pia­cere que­sto para­gone che va per la mag­giore. Quello che so — e che que­sto risul­tato elet­to­rale con­ferma — è che siamo fon­da­men­tal­mente un paese demo­cri­stiano. Cioè un paese che affida al governo la gestione della com­ples­sità. Il nostro destino non è quello di gio­care destra con­tro sini­stra, l’un con­tro l’altra armate con toni solo leg­ger­mente meno accesi di quelli che abbiamo sen­tito in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale. Il nostro destino è rico­no­scerci in una pro­po­sta di governo che sia inclu­siva e capace anche di, come dire, ospi­tare una contraddizione.

 

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MANIFESTO RENZI NEL PAESE DEMOCRISTIANO

 
CORRIERE DELLA SERA LA RECENSIONE DI ALDO CAZZULLO A "LA NEBBIA DEL POTERE"

E' un manifesto antirenziano, il nuovo libro di Marco Follini: «La nebbia del potere», che Marsilio manda oggi in libreria. Non è un pamphlet contro la persona del nuovo presidente del Consiglio, che oltretutto è nominato una volta sola, accanto a Berlusconi e a Grillo (anche se in tutto il libro traspare lo scetticismo sul futuro di questo governo e del suo leader). È una professione di sfiducia verso leader che indulgono alla demagogia, preoccupati di compiacere l'opinione dominante, di non dire mai nulla che la mitica «gente» non voglia sentirsi dire. Ed è un atto di accusa contro un establishment e una classe dirigente, non solo politica, considerata complice dell'ascesa del nuovo capo e della deriva populista di un Paese inciti la politica non sa più né rappresentare, né decidere, né comandare. «Un certo tasso di demagogia — scrive Follini — è, per così dire, connaturato alla politica. Ma ora ne diventa la colonna sonora. La «gente» ha sem-pre ragione, e i potenti gliela devono riconoscere a gran voce. Il loro compito non è più quello di offrire visioni e prospettive. Più semplicemente, devono porgere uno specchio nel quale l'opinione pubblica si possa riflettere nella sua immediatezza». Il risultato è una «politica virtuale», che prescinde dalla realtà, dalle capacità, dalle competenze, che dà l'illusione di includere, mentre in realtà allontana. Si scrive il nome del premier sulla scheda, ma alla fine si scopre che l'Eletto conta e incide meno degli antichi e vituperati gruppi dirigenti. Si parla un linguaggio spiccio ai limiti della volgarità e della violenza, ma la democrazia è «immobilizzata e impoverita».

 

 

 

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DEMAGOGIA E POLITICA VIRTUALE

 

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