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Castenedolo...Incontra

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lunedì 18 maggio  alle ore 20,45 la presentazione del libro "La nebbia del Potere"

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Serve un arbitro. Prodi? E' una figura troppo ingombrante

"Prodi? Troppo ingombrante. Veltroni e Bersani? Troppo politici...". Marco Follini, che è stato segretario dell'Udc e vicepremier e ora presiede l'Associazione produttori televisivi, guarda al grande gioco del Quirinale con la lente d'ingrandimento di uno che ha iniziato a far politica a 14 anni e non ha perso la passione.

Chi dopo Napolitano?

"C'è una antica regola repubblicana per la quale si tende a scegliere leader di secondo piano, non troppo ingombranti, che non minaccino una invasione di campo. Arbitri e non giocatori. Ha funzionato a lungo, perchè la gran parte degli arbitri si è adoperata per rafforzare l'unità istituzionale".

Renzi cerca una figura che non gli faccia ombra?

"Una figura politica di profilo alto rischia di essere l'incubazione di una diarchia con Palazzo Chigi, una sorta di coabitazione alla francese. E il sistema politico italiano è andato nella direzione opposta. Il successore non sarà un tagliatore di nastri, ma neppure un demiurgo della politica come Napolitano. In questa nuova fase post-repubblicana, leaderistica e quasi monarchica, dobbiamo decidere se eleggere un capo o scegliere un notabile".

Un notabile al Quirinale?

"E' più facile che la scelta cada sul notabile. Con un Parlamento frammentato e gruppi politici ridotti a coriandoli mi pare improbabile che si affermi una figura politicamente più densa e significativa".

E' allora Prodi è fuori?

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SERVE UN ARBITRO. PRODI? E' UNA FIGURA TROPPO INGOMBRANTE

 
BISAGLIA, IL BARRY LINDON DI UNA DC APERTA AL NUOVO

Un giorno Toni Bisaglia, sottosegretario a Palazzo Chigi, andò a casa del suo presidente del consiglio, Rumor, e lo trovò immerso in una marea di ritagli di giornale che ne raccontavano anche le più piccole gesta. Ne ebbe un'impressione di grande fragilità, e quel giorno disse a se stesso che era arrivato il momento di scalzare il suo mentore dalla leadership dei democristiani veneti. Detto, fatto. Lo sfidò, e lo disarcionò. Questo per dire che l'uomo poteva essere spregiudicato, rampante, perfino irriconoscente. Non a caso per anni e anni gli rimase appiccicata addosso quell'etichetta di "boss di provincia" con cui l'avvocato Agnelli lo aveva inchiodato a una caricatura niente affatto simpatica e generosa. Aveva durezze singolari, Bisaglia. Come può capitare a un figlio di un ferroviere di una piccola città di provincia, che impara a farsi largo con maniere non sempre felpate. Ma era anche un uomo pieno di curiosità, ansioso di far bene, rispettoso del prossimo, leale verso i suoi avversari, generoso verso i suoi amici, discreto e quasi pudico verso i suoi sentimenti. Soprattutto, era quello che un politico dovrebbe sempre essere: un rappresentante. Il leader di una regione, il Veneto, che approdava a una modernità non facile e non scontata. E il campione di una parte della Dc, quella moderata, che si era proposto di svecchiare e di portare verso quelli che all'epoca erano i lidi del cambiamento. Del resto, questa è la democrazia. La cura di un territorio e il monitoraggio costante, quotidiano degli interessi e dei valori che al suo interno prendono forma e si organizzano. Compito che Bisaglia svolgeva con una professionalità scrupolosa, di cui negli anni si è un po' persa la traccia. Fu il primo uomo politico nazionale a confrontarsi (lo ricorda spesso Ilvo Diamanti) con l'insorgenza del leghismo veneto. E scrutò quella inedita comparsa di una protesta così sorprendente, spuntata d'un tratto tra i capannoni e i campanili, con la pazienza di un entomologo. Osservando, interrogando, cercando di andare alla radice di un disagio che capiva non si sarebbe fermato ai confini della sua regione.

 

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