Noia, politica e noia della politica 2017


«La noia è un vento caldo, umido e appiccicoso. Soffia dal nostro sud, o magari dal nostro sud-est - come lo scirocco. Evoca pigrizia, rassegnazione, un'indole a non fare e neppure a troppo pensare. Allude al senso dell'inutilità. Procede per ripetizioni, per assonanze col passato. Stride con la modernità, con il cambiamento: quei valori che la retorica del nostro tempo celebra come fondamentali». La noia oggi è intollerabile, impresentabile e inconfessabile. I due presupposti che la giustificavano sono stati esiliati dalla vita sociale: il tempo come attesa; il pensiero contemplativo, non operativo. E invece Marco Follini ne fa il tema di un discours di stampa settecentesco, di una divagante esplorazione ricca di spiriti che implica una ironica esortazione per il lettore. Di questa passione dell'anima, classifica i tipi diversi, analizza connessioni e componenti, cerca le testimonianze nella letteratura e nella storia, descrive l'universo delle tipiche relazioni umane cui la noia dava spazio. E segue la parabola della noia nella politica. Una volta l'uomo politico non temeva di apparire noioso, mentre oggi la noia è il suo spauracchio. E questo mentre il discorso politico si conforma, si svuota di senso, di realtà.




La nebbia del potere, Marsilio, 2014


La classe dirigente italiana sembra essersi smarrita nei meandri del labirinto politico. Soprattutto, si è smarrita quella lunga tradizione di fiducia, consenso e speranza nell’azione pubblica senza cui è a rischio la stessa vita democratica. Così il Palazzo è oggi sfidato da una Piazza in tumulto e in    nome della rete avanzano gli alfieri di un’idea (falsamente) assembleare di democrazia. Marco Follini, che quel labirinto lo ha frequentato a lungo, con un misto di passione e disincanto riflette in questo libro sulle cause dell’attuale disfatta. E giunge a una diagnosi: «la crisi della politica italiana è essenzialmente una crisi di potere». Per capire cosa ci ha condotti a questa impasse, Follini si addentra nel labirinto, ripercorre le vicende del potere nella prima e nella seconda Repubblica, in un bilancio amaro ma ricco di spunti preziosi. Se «il potere si è fatto di fumo e di nebbia e resta solo un po’ di polvere nell’aria a ricordare i fuochi d’artificio che ci hanno abbagliato in questi vent’anni», forse non tutto è perduto. Per riguadagnare questo ventennio si dovrebbe «cambiare musica» e trovare una colonna sonora che accompagni in modo più armonioso la ricerca di nuovi equilibri: i violini di Mendelssohn - suggerisce l’autore -, contrapposti agli elicotteri di Apocalypse Now. «Continuo a credere - scrive Follini - che un paese di grande civiltà debba tornare ad ascoltare il suono dei violini e non farsi troppo inebriare dal rumore degli elicotteri».


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Io voto Shakespeare, Marsilio, 2012


«Il viaggio dal Transatlantico di Montecitorio al London Globe Theatre può apparire come una digressione stravagante. Ma non lo è più di tanto. Se si tende l’orecchio verso quelle scene si può quasi sentire l’eco di una disputa sul potere che è eterna e infinita.»Shakespeare e la sua immaginazione sono il punto di partenza per questa curiosa analisi sullo stato della nostra politica condotta da Marco Follini. I testi del Bardo hanno plasmato la nostra civiltà letteraria e rivelato non poche verità politiche. Soprattutto, nell'opera di Shakespeare, è la coscienza a emergere, e il suo valore nel discorso pubblico. È proprio questo, a ben vedere, il punto in cui la nostra trama politica si è spezzata: sul palcoscenico italiano si affollano grida e stridori, promesse e imbrogli, proclami e furbizie, ma manca l'onestà intellettuale di ascoltare quella vocina che dentro di noi ci avverte quando stiamo sbagliando, o facendo del male, o giocando sporco, o tradendo noi stessi e i nostri principi. O più semplicemente esagerando. Addentrandosi nella selva dei personaggi del teatro shakespeariano si rimane sorpresi nel trovare affinità e similitudini con la politica dei nostri giorni e l'evasione diventa un modo per ritrovare il senso delle proprie azioni, per immaginare un altro mondo, e un'altra politica.«A fura di leggere e rileggere il teatro shakespeariano mi sono convinto che tutto in lui ruota intorno a una parola: coscienza. Shakespeare è l’autore che radica più in profondità il valore della coscienza nel discorso pubblico. Il suo valore e la sua contraddittorietà. Esiste una coscienza rigorosa, che procede per passaggi inesorabili e lineari. Ed esiste, all’estremo opposto, una coscienza irregolare, erratica, che saltella di qua e di là, e si manifesta all’improvviso, e poi si nasconde, e poi ancora, quando si pensa d’averne perse le tracce, torna sul proscenio a fare la differenza. Quella coscienza dirige i passi dei potenti poiché è molto più potente di ognuno di loro.»


 

Elogio della Pazienza, Mondadori, 2010

«Parola d’ordine, innovazione. A furia di ripeterla da ogni pulpito, in ogni contrada, a ogni incrocio, la politica italiana da qualche tempo si illude di non pagare dazio per i propri ritardi, e per i ritardi del paese. Di più. Si convince che il suo dovere sia tutto nel cambiamento, e che se solo fosse capace di adempiervi velocemente vivremmo davvero nel migliore dei mondi possibili. «Il credo politico collettivo che va per la maggiore afferma, o almeno sottintende, due cose. La prima è che il nuovo vale più del vecchio. La seconda è che il passaggio dal vecchio al nuovo dev’essere il più rapido possibile.
La politica è chiamata a essere soprattutto veloce, dinamica, all’occorrenza frenetica. Di questi tempi la sua cifra è la fretta, il suo stato d’animo è l’ansia. «E invece no. La politica ha bisogno di tempo. È lenta. E la democrazia – che è fatta di tante voci, tanti interessi, tanti conflitti – è particolarmente lenta. Cammina piano, non procede a passo di carica. Riflette, non improvvisa. Elabora.
Cerca di convincere, non di incalzare, tanto meno di travolgere. Il suo ritmo è quello di milioni di persone che si muovono assieme, più che quello di corridori solitari che inseguono il primato. In una parola, la politica è un ballo lento.» In questi ultimi quindici anni la vita politica italiana, sia nell’attività dei governi che nei dibattiti delle varie opposizioni, è diventata al tempo stesso più ricca di suggestioni e più povera di fatti. Ha esasperato i contrasti, senza mai riuscire a tener dietro ai propri proclami di riforma. Oggi conosciamo fin troppo bene i difetti della Prima Repubblica. Ma forse, ci dice Marco Follini in una meditazione tanto rigorosa quanto affascinante, rileggere senza mitizzazioni o demonizzazioni quell’epoca potrebbe darci una traccia preziosa da seguire. La politica di quel periodo aveva alcune qualità che hanno favorito il progresso economico e sociale del dopoguerra, e una di queste qualità, sottolinea Follini, era la pazienza. I leader di partito di quegli anni sapevano raffreddare le emozioni più estreme del proprio elettorato anziché fomentarle, sapevano tenere a freno le pulsioni più radicali della propria base anziché cavalcarle. E così, anche in un contesto di forti contrapposizioni, riuscivano a dare spazio alle ragioni di tutti e a realizzare quelle indispensabili mediazioni che hanno consentito al paese di crescere e maturare. Questo senso della misura, questa attitudine «moderata», è il vero carattere nazionale che ha contrassegnato i momenti migliori di un secolo e mezzo di storia e a queste qualità dobbiamo di nuovo tornare a ispirarci. La politica ha bisogno di tempo e di ponderazione. E, per tornare a crescere, l’Italia ha bisogno di ritrovare l’equilibrio che ha perduto.



La volpe e il leone, Sellerio, 2008

Niccolò Machiavelli propose la volpe e il leone come animali simbolo per l'agire politico. Essi rappresentano l'astuzia e il coraggio, che possono convivere agevolmente. Nello stesso tempo nascondono anche atteggiamenti del tutto opposti: mancanza di scrupoli e fedeltà agli ideali. La volpe tesse le trame degli inganni, il leone è l'emblema araldico dei re, che mantengono la parola data.
Da questa constatazione nasce la riflessione di Marco Follini, che pone in modo deciso la questione del rapporto fra etica e politica come fondamentale nella attuale situazione del nostro paese.
Poco vale parlare di organizzazione dei partiti e di sistema elettorale, sostiene Follini, se prima non si è provveduto a ricostruire un assetto condiviso attorno alle motivazioni, ai contenuti e alle misure dell’agire politico.
Senza una propria etica la politica semplicemente non esiste. La storia anche recente dell’Italia lo dimostra. Abbiamo assistito al progressivo declassamento della funzione politica, svilita in quella puramente amministrativa e incapace di proporre progetti di sviluppo per il paese o di realizzare riforme di sistema. Nei decenni della crescita economica e sociale gli uomini che hanno formato la classe dirigente italiana agivano sulla base di convinzioni profonde e condivise più di quanto non apparisse agli osservatori dell’epoca. Un’etica fondata sulla solidarietà piuttosto che su regole formali, ma riconosciuta e applicata.
All’inizio degli anni ottanta le cose cambiano. Una parte della politica cerca di rigenerarsi, ma lo fa in modo insopportabilmente moralistico e perfino illiberale. Un’altra parte vive la sua libertà come una licenza a tutto campo. Poi arriva tangentopoli e di lì Berlusconi. È finita quella fase? Secondo Follini la risposta è morale non meno che politica.

Marco Follini, 53 anni, giornalista, senatore. È stato vicepresidente del Consiglio.



Uno contro tutti, Marsilio, 2006

Francesco Cossiga lo ha ribattezzato "Harry Potter", quindi "giovane riserva della Repubblica". Marco Follini è stato segretario dell'Udc e vice premier nel governo della Cdl. E' stato I'unico leader del centrodestra a dire, prima delle elezioni, che Berlusconi non sarebbe stato il miglior leader possibile. Ha denunciato i limiti di questo bipolarismo, ha definito i contorni di una politica di centro, moderata e moderna. Dopo aver preconizzato iI declino della Dc, ha segnalato per tempo I'inizio della crisi della Casa delle Libertà. In questo libro-intervista Follini spiega iI suo progetto, I'ltalia di Mezzo, anticipa I'evoluzione del centro nella scena politica italiana. Dal rapporto con il Cavaliere a quello con la Chiesa, tutto iI Follini-pensiero. Non senza sorprese.



Intervista sui moderati, Laterza. 2003

Un’analisi storica di ampio respiro che parte dal crollo della Prima Repubblica, dovuto –secondo Follini– all’immobilismo del sistema politico, e arriva fino alle questioni più rilevanti della vita politica di oggi. Convinto assertore della democrazia dell’alternanza, Follini esprime le sue preoccupazioni su un dibattito tutto gridato. Riconosce a Berlusconi il merito di aver aggregato un polo alternativo al centro sinistra ma gli chiede di portare la sua maggioranza fuori da una concezione proprietaria delle istituzioni, neutralizzando l’estremismo di alcune sue componenti. Un’analisi affilata che farà discutere.



La Dc, Il Mulino, 2000

Anche la Democrazia cristiana viene da lontano. Lontano dal Risorgimento che aveva realizzato l'unità italiana a spese del papato e del sentimento cattolico. Lontano dal regime fascista e dalla suggestione comunista. Lontano dal mito della Resistenza, a cui pure una minoranza cattolica aveva preso parte. Lontano dagli ambienti che producevano ricchezza e dai circoli che facevano opinione. E perfino lontano, non sembri paradossale, da quella Chiesa che, almeno all'inizio, aveva guardato con diffidenza l'innesto di un partito cristiano nella politica moderna. Da quella sua iniziale lontananza la Dc si è mossa alla conquista dell'anima politica italiana e vi si è insediata, cercando di adattare la sua politica a quel popolo che l'aveva votata e che si era ritrovato sotto le sue bandiere per le ragioni più svariate. Contemporaneamente partito di consenso, di potere e di fede, ha fatto a lungo tutt'uno con il paese: ne è stata la guida e il riassunto. Il partito della società italiana, dello Stato e della Chiesa raccontato in una carrellata che comincia con la vittoria degasperiana e finisce con i tanti processi, metaforici e giudiziari (da Pasolini a Tangentopoli), intentati negli ultimi anni contro lo scudocrociato.



C'era una volta la DC, Il Mulino, 1994

Il volume analizza la crisi e l'epilogo della vicenda democristiana sullo sfondo degli eventi di questi ultimi due anni - tra il mutamento della legge elettorale, l'incalzare di Tangentopoli e i moniti ecclesiastici - alla ricerca di una spiegazione politica. Non solo della fine della Dc, ma anche delle difficoltà e delle prospettive del nuovo Partito popolare. Nella ricostruzione dell'autore, la fine della Dc è legata alla divaricazione che si è prodotta tra il cattolicesimo sociale della sua leadership e la propensione moderata del suo elettorato. La collocazione al centro è così stata l'ultima mediazione possibile tra le varie tribù democristiane. Poi la macchina bipolare ha finito per travolgere il centro e costringerà, prima o dopo, anche il Ppi a scegliere: o "di qua" o "di là". Uno spazio per gli eredi della Dc esiste ancora, date le contraddizioni e le tentazioni radicali presenti nei due poli, a condizione però di accettare le regole maggioritarie della seconda repubblica. Un'altra questione assai delicata è quella dell'unità politica dei cattolici. Paradossalmente, il riavvicinamento dell'ultima Dc e soprattutto della nuova dirigenza popolare alla Chiesa si scontra con il cambiamento della politica ecclesiastica. Finita la stagione conciliare, la Chiesa ha innalzato il vessillo delle proprie certezze; finito il comunismo, essa ha preso di mira il capitalismo, l'edonismo e i peccati dell'Occidente. Ciò ha reso più arduo il compito dei cattolici nelle istituzioni e ne ha mirato la tradizionale unità politica. difficilmente la delega di un tempo sarà concessa un'altra volta a un partito politico.



La DC al bivio, Laterza, 1992

All'indomani del voto del 5 aprile la Dc si trova al bivio: o rinnova lo Stato o consuma se stessa. Una cronaca, e insieme l'analisi, degli ultimi tre anni della Dc fanno tutt'uno con le previsioni sui destini politici del paese. Non È più in discussione la formula di governo. Dietro la disputa sulle alleanze si affacciano le diverse proposte di riforma istituzionale. E' su questo terreno che si gioca la partita più difficile della prima repubblica e del suo partito-cardine.



L'arcipelago democristiano, Laterza, 1990

A metà degli anni Ottanta, il governo più lungo della Repubblica, quello di Craxi, ha coinciso con la segreteria più lunga della Dc, quella di De Mita. Poi gli equilibri si sono rotti, e sulla scena del partito di maggioranza. E' tornato a essere protagonista il gioco delle correnti. Quale sarà il punto di approdo di questa tensione. E quale sarà il futuro della politica italiana. Dall'interno della Dc Follini descrive l'ascesa, il declino e l'ultimo ritorno delle correnti. Ma sembra che i diversi gruppi della Dc stiano tutti entrando in crisi. potrà, dalla loro crisi, nascere un partito diverso e più consono alle esigenze di una moderna società industrializzata.



Il Tarlo della Politica, Rusconi, 1988

Gli uomini politici servono veramente al Paese o sono invece ostacoli ingombranti sulla via del progresso della società. L'opinione pubblica se lo chiede ogni giorno, sull'onda degli scandali, delle ingerenze e delle lottizzazioni e con crescente sfiducia negli uomini eletti a rappresentarla. Ma è veramente la classe politica l'unica responsabile dei mali e degli errori. Marco Follini crede di no e il dubbio lo ha portato a iniziare un cammino impetuoso ma lucido, inseguendo i politici dietro le quinte del Palazzo, dei partiti e dei ministeri, ma anche sulla scintillante ribalta dei mass media, che giocano un ruolo determinante nella sorte di ciascuno di loro: nuovi miti, eroi dissacrati, eminenze grigie e giovani leaders d'assalto si sottopongono così, inconsapevolmente, a un check-up rivelatore che ci fa capire come, nella complessità dell'Italia che cambia, siano proprio loro, i signori del Palazzo, ad aver perso terreno rispetto ad altri protagonisti e ad altri interessi. Dunque vittime, e non più carnefici. Chissà. Follini per ora ci invita a un'indagine eccitante, che sfida il pubblico ma anche, e soprattutto, gli stessi protagonisti del libro.