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Elogio della Pazienza, Mondadori, 2010 |
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«Parola d’ordine, innovazione. A furia di ripeterla da ogni pulpito, in ogni contrada, a ogni incrocio, la politica italiana da qualche tempo si illude di non pagare dazio per i propri ritardi, e per i ritardi del paese. Di più. Si convince che il suo dovere sia tutto nel cambiamento, e che se solo fosse capace di adempiervi velocemente vivremmo davvero nel migliore dei mondi possibili. «Il credo politico collettivo che va per la maggiore afferma, o almeno sottintende, due cose. La prima è che il nuovo vale più del vecchio. La seconda è che il passaggio dal vecchio al nuovo dev’essere il più rapido possibile.
La politica è chiamata a essere soprattutto veloce, dinamica, all’occorrenza frenetica. Di questi tempi la sua cifra è la fretta, il suo stato d’animo è l’ansia. «E invece no. La politica ha bisogno di tempo. È lenta. E la democrazia – che è fatta di tante voci, tanti interessi, tanti conflitti – è particolarmente lenta. Cammina piano, non procede a passo di carica. Riflette, non improvvisa. Elabora.
Cerca di convincere, non di incalzare, tanto meno di travolgere. Il suo ritmo è quello di milioni di persone che si muovono assieme, più che quello di corridori solitari che inseguono il primato. In una parola, la politica è un ballo lento.» In questi ultimi quindici anni la vita politica italiana, sia nell’attività dei governi che nei dibattiti delle varie opposizioni, è diventata al tempo stesso più ricca di suggestioni e più povera di fatti. Ha esasperato i contrasti, senza mai riuscire a tener dietro ai propri proclami di riforma. Oggi conosciamo fin troppo bene i difetti della Prima Repubblica. Ma forse, ci dice Marco Follini in una meditazione tanto rigorosa quanto affascinante, rileggere senza mitizzazioni o demonizzazioni quell’epoca potrebbe darci una traccia preziosa da seguire. La politica di quel periodo aveva alcune qualità che hanno favorito il progresso economico e sociale del dopoguerra, e una di queste qualità, sottolinea Follini, era la pazienza. I leader di partito di quegli anni sapevano raffreddare le emozioni più estreme del proprio elettorato anziché fomentarle, sapevano tenere a freno le pulsioni più radicali della propria base anziché cavalcarle. E così, anche in un contesto di forti contrapposizioni, riuscivano a dare spazio alle ragioni di tutti e a realizzare quelle indispensabili mediazioni che hanno consentito al paese di crescere e maturare. Questo senso della misura, questa attitudine «moderata», è il vero carattere nazionale che ha contrassegnato i momenti migliori di un secolo e mezzo di storia e a queste qualità dobbiamo di nuovo tornare a ispirarci. La politica ha bisogno di tempo e di ponderazione. E, per tornare a crescere, l’Italia ha bisogno di ritrovare l’equilibrio che ha perduto.
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La volpe e il leone, Sellerio, 2008 |
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Niccolò Machiavelli propose la volpe e il leone come animali simbolo per l'agire politico. Essi rappresentano l'astuzia e il coraggio, che possono convivere agevolmente. Nello stesso tempo nascondono anche atteggiamenti del tutto opposti: mancanza di scrupoli e fedeltà agli ideali. La volpe tesse le trame degli inganni, il leone è l'emblema araldico dei re, che mantengono la parola data.
Da questa constatazione nasce la riflessione di Marco Follini, che pone in modo deciso la questione del rapporto fra etica e politica come fondamentale nella attuale situazione del nostro paese.
Poco vale parlare di organizzazione dei partiti e di sistema elettorale, sostiene Follini, se prima non si è provveduto a ricostruire un assetto condiviso attorno alle motivazioni, ai contenuti e alle misure dell’agire politico.
Senza una propria etica la politica semplicemente non esiste. La storia anche recente dell’Italia lo dimostra. Abbiamo assistito al progressivo declassamento della funzione politica, svilita in quella puramente amministrativa e incapace di proporre progetti di sviluppo per il paese o di realizzare riforme di sistema. Nei decenni della crescita economica e sociale gli uomini che hanno formato la classe dirigente italiana agivano sulla base di convinzioni profonde e condivise più di quanto non apparisse agli osservatori dell’epoca. Un’etica fondata sulla solidarietà piuttosto che su regole formali, ma riconosciuta e applicata.
All’inizio degli anni ottanta le cose cambiano. Una parte della politica cerca di rigenerarsi, ma lo fa in modo insopportabilmente moralistico e perfino illiberale. Un’altra parte vive la sua libertà come una licenza a tutto campo. Poi arriva tangentopoli e di lì Berlusconi. È finita quella fase? Secondo Follini la risposta è morale non meno che politica.
Marco Follini, 53 anni, giornalista, senatore. È stato vicepresidente del Consiglio. |
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Uno contro tutti, Marsilio, 2006 |
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Francesco Cossiga lo ha ribattezzato "Harry Potter", quindi "giovane riserva della Repubblica". Marco Follini è stato segretario dell'Udc e vice premier nel governo della Cdl. E' stato I'unico leader del centrodestra a dire, prima delle elezioni, che Berlusconi non sarebbe stato il miglior leader possibile. Ha denunciato i limiti di questo bipolarismo, ha definito i contorni di una politica di centro, moderata e moderna. Dopo aver preconizzato iI declino della Dc, ha segnalato per tempo I'inizio della crisi della Casa delle Libertà. In questo libro-intervista Follini spiega iI suo progetto, I'ltalia di Mezzo, anticipa I'evoluzione del centro nella scena politica italiana. Dal rapporto con il Cavaliere a quello con la Chiesa, tutto iI Follini-pensiero. Non senza sorprese.
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Intervista sui moderati, Laterza. 2003 |
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Un’analisi storica di ampio respiro che parte dal crollo della Prima Repubblica, dovuto –secondo Follini– all’immobilismo del sistema politico, e arriva fino alle questioni più rilevanti della vita politica di oggi. Convinto assertore della democrazia dell’alternanza, Follini esprime le sue preoccupazioni su un dibattito tutto gridato. Riconosce a Berlusconi il merito di aver aggregato un polo alternativo al centro sinistra ma gli chiede di portare la sua maggioranza fuori da una concezione proprietaria delle istituzioni, neutralizzando l’estremismo di alcune sue componenti. Un’analisi affilata che farà discutere.
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La Dc, Il Mulino, 2000 |
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 Anche la Democrazia cristiana viene da lontano. Lontano dal Risorgimento che aveva realizzato l'unità italiana a spese del papato e del sentimento cattolico. Lontano dal regime fascista e dalla suggestione comunista. Lontano dal mito della Resistenza, a cui pure una minoranza cattolica aveva preso parte. Lontano dagli ambienti che producevano ricchezza e dai circoli che facevano opinione. E perfino lontano, non sembri paradossale, da quella Chiesa che, almeno all'inizio, aveva guardato con diffidenza l'innesto di un partito cristiano nella politica moderna. Da quella sua iniziale lontananza la Dc si è mossa alla conquista dell'anima politica italiana e vi si è insediata, cercando di adattare la sua politica a quel popolo che l'aveva votata e che si era ritrovato sotto le sue bandiere per le ragioni più svariate. Contemporaneamente partito di consenso, di potere e di fede, ha fatto a lungo tutt'uno con il paese: ne è stata la guida e il riassunto. Il partito della società italiana, dello Stato e della Chiesa raccontato in una carrellata che comincia con la vittoria degasperiana e finisce con i tanti processi, metaforici e giudiziari (da Pasolini a Tangentopoli), intentati negli ultimi anni contro lo scudocrociato. |
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C'era una volta la DC, Il Mulino, 1994 |
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Il volume analizza la crisi e l'epilogo della vicenda democristiana sullo sfondo degli eventi di questi ultimi due anni - tra il mutamento della legge elettorale, l'incalzare di Tangentopoli e i moniti ecclesiastici - alla ricerca di una spiegazione politica. Non solo della fine della Dc, ma anche delle difficoltà e delle prospettive del nuovo Partito popolare. Nella ricostruzione dell'autore, la fine della Dc è legata alla divaricazione che si è prodotta tra il cattolicesimo sociale della sua leadership e la propensione moderata del suo elettorato. La collocazione al centro è così stata l'ultima mediazione possibile tra le varie tribù democristiane. Poi la macchina bipolare ha finito per travolgere il centro e costringerà, prima o dopo, anche il Ppi a scegliere: o "di qua" o "di là". Uno spazio per gli eredi della Dc esiste ancora, date le contraddizioni e le tentazioni radicali presenti nei due poli, a condizione però di accettare le regole maggioritarie della seconda repubblica. Un'altra questione assai delicata è quella dell'unità politica dei cattolici. Paradossalmente, il riavvicinamento dell'ultima Dc e soprattutto della nuova dirigenza popolare alla Chiesa si scontra con il cambiamento della politica ecclesiastica. Finita la stagione conciliare, la Chiesa ha innalzato il vessillo delle proprie certezze; finito il comunismo, essa ha preso di mira il capitalismo, l'edonismo e i peccati dell'Occidente. Ciò ha reso più arduo il compito dei cattolici nelle istituzioni e ne ha mirato la tradizionale unità politica. difficilmente la delega di un tempo sarà concessa un'altra volta a un partito politico.
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La DC al bivio, Laterza, 1992 |
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All'indomani del voto del 5 aprile la Dc si trova al bivio: o rinnova lo Stato o consuma se stessa. Una cronaca, e insieme l'analisi, degli ultimi tre anni della Dc fanno tutt'uno con le previsioni sui destini politici del paese. Non È più in discussione la formula di governo. Dietro la disputa sulle alleanze si affacciano le diverse proposte di riforma istituzionale. E' su questo terreno che si gioca la partita più difficile della prima repubblica e del suo partito-cardine.
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L'arcipelago democristiano, Laterza, 1990 |
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A metà degli anni Ottanta, il governo più lungo della Repubblica, quello di Craxi, ha coinciso con la segreteria più lunga della Dc, quella di De Mita. Poi gli equilibri si sono rotti, e sulla scena del partito di maggioranza. E' tornato a essere protagonista il gioco delle correnti. Quale sarà il punto di approdo di questa tensione. E quale sarà il futuro della politica italiana. Dall'interno della Dc Follini descrive l'ascesa, il declino e l'ultimo ritorno delle correnti. Ma sembra che i diversi gruppi della Dc stiano tutti entrando in crisi. potrà, dalla loro crisi, nascere un partito diverso e più consono alle esigenze di una moderna società industrializzata.
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Il Tarlo della Politica, Rusconi, 1988 |
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Gli uomini politici servono veramente al Paese o sono invece ostacoli ingombranti sulla via del progresso della società. L'opinione pubblica se lo chiede ogni giorno, sull'onda degli scandali, delle ingerenze e delle lottizzazioni e con crescente sfiducia negli uomini eletti a rappresentarla. Ma è veramente la classe politica l'unica responsabile dei mali e degli errori. Marco Follini crede di no e il dubbio lo ha portato a iniziare un cammino impetuoso ma lucido, inseguendo i politici dietro le quinte del Palazzo, dei partiti e dei ministeri, ma anche sulla scintillante ribalta dei mass media, che giocano un ruolo determinante nella sorte di ciascuno di loro: nuovi miti, eroi dissacrati, eminenze grigie e giovani leaders d'assalto si sottopongono così, inconsapevolmente, a un check-up rivelatore che ci fa capire come, nella complessità dell'Italia che cambia, siano proprio loro, i signori del Palazzo, ad aver perso terreno rispetto ad altri protagonisti e ad altri interessi. Dunque vittime, e non più carnefici. Chissà. Follini per ora ci invita a un'indagine eccitante, che sfida il pubblico ma anche, e soprattutto, gli stessi protagonisti del libro.
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